Fuori dalla scatola

Nessuna delle parole che seguono è stata scritta dimenticando i milioni di russi morti durante la Seconda Guerra Mondiale, chi fu l’aggressore e chi fu l’aggredito. Gli aggressori ebbero il volto e il nome di Hitler e di Mussolini. Gli aggressori, visti da vicino, ebbero però anche altri volti e altri nomi. Questo è uno di loro.

Nella steppa russa monto la guardia in prossimità di Novomoskovsk.

Il soldato italiano che monta la guardia al nulla e che ne offre un commento nella didascalia è Carlo Manfrini, allora diciannovenne. Le foto di Manfrini sono state conservate per molti anni nella sua casa di Dozza, in provincia di Bologna, a millecinquecento chilometri dai luoghi fotografati nel 1942.

A differenza delle sue altre, numerosissime foto, che nella sua veste di ricercatore agronomo ha per lo più dedicato a piante, foglie e frutti aggrediti da malattie e da insetti, quelle del volumetto Diario di Russia. 13 giugno-12 novembre 1942, prima di essere pubblicate dall’editore Guaraldi nel 2010 non avevano mai fatto parte degli album di famiglia che i suoi figli sfogliavano con attenzione ed interesse nel dopoguerra, ma erano rimaste per anni, nel loro piccolo formato 6 per 6, dentro una scatola che veniva aperta alla loro curiosità solo in presenza del fotografo e dei suoi rassicuranti racconti, conditi d’ironia, con cui le commentava ai figli.

Manfrini partì da Padova il 13 giugno del 1942, aggregato alla Divisione Sforzesca che doveva raggiungere l’Ottava Armata a difesa del fronte sul Don. La Divisione fu inviata su vagoni merci e carri bestiame in cui presto i soldati furono colpiti dalla dissenteria. Attraversò l’Austria e la Slovacchia e passò per Leopoli, da dove poi si diresse, su strada, verso Kantemirovka.

Stazione di Leopoli. Autocarri scaricati e allineati nella piazza vicina al ghetto ebraico. Sono per la gran parte camion Fiat 504, che portano a rimorchio un cannone antiaereo. Ricordo che gli avanzi del rancio, buttati sotto gli automezzi, richiamavano dal ghetto i ragazzini. Mangiavano tutto, raccogliendo anche tra le perdite d’olio dei mezzi. Le ragazze più grandi si prostituivano per una pagnotta.

Un momento di sosta durante il viaggio. I camion sono mimetizzati con frasche. In primo piano, un soldato, caporale di artiglieria, indossa la divisa da lavoro con gambali di cuoio e scarponi.

Per consegnare gli ordini e tenere le comunicazioni tra l’inizio e la fine dell’autocolonna, Manfrini si spostava su una motocicletta Sertum 500 VL monocilindrica. Un giorno, per la stanchezza, cadde dalla motocicletta portaordini e per un pelo non fu investito dal camion che lo seguiva: il camion riuscì a frenare, ma non a impedire lo scontro con il camion precedente della colonna, subendo lo sfondamento del parabrezza con il cannone a traino dell’automezzo che lo precedeva. “Da quel giorno” – ha scritto – “fui assegnato al camion fureria”.

Durante l’attraversamento di un paese ucraino incontriamo una colonna di prigionieri russi che viene condotta nelle retrovie. Sulla sinistra si vede il camion con il parabrezza sfondato dopo l’incidente con la moto.

Molte foto testimoniano la vita di retrovia e quella contadina dell’estate del 1942, verso la quale è evidente l’attrazione avvertita dal soldato italiano dovuta alla familiarità con le proprie origini e i propri studi di agronomia.

Durante una sosta al campo, lavo la biancheria invasa dai pidocchi. Il mastello e l’asse per lavare erano in dotazione.

Contadini che rastrellano un campo dopo la mietitura. Sullo sfondo, covoni.

Vicino a Kantemirovka. Contadine russe su un campo, dopo la mietitura, raccolgono la paglia in biche.

Nelle stalla della famiglia ucraina che mi ospitava a Kantemirovka

Bruno Damiani, un soldato conosciuto in Russia col quale ho condiviso tanti momenti di quel soggiorno forzato, batte le spighe rimaste dopo la mietitura, assieme ad un commilitone. Il poco grano raccolto, poi macinato, serviva a preparare rudimentali pagnotte.

Contadini che ritirano i resti del rancio per cibarsene. Il ragazzo sulla destra ha in mano una gavetta.

Kantemirovka. Contadina davanti a un’isba, nel villaggio dove la mia Divisione ha trascorso i mesi invernali.

Bruno Damiani, che aveva fatto studi artistici, realizza un ritratto con l’argilla alla giovane ucraina.

Insieme a Bruno Damiani distribuiamo la posta al campo. Il soldato sulla sinistra chiama i nomi: attesa sui volti. In quel periodo dormivamo sul camion tra le casse che contenevano generi di biancheria, coperte, scarpe, divise. Facevamo anche le ordinazioni di quei generi di cui avevamo necessità. Nel periodo estivo, nei pressi di Stalino, eravamo in sosta con l’accampamento in una zona paludosa e richiedemmo le zanzariere che non arrivarono mai. All’inizio di ottobre, quando cominciarono i primi freddi, furono ordinati indumenti pesanti, come sottopastrani di felpa e scarpe di numeri più grandi per poter contenere le calze di lana. Un giorno, eravamo già a Kantemirovka, ci arrivò l’ordine di andare a sdoganare un vagone alla stazione. Ma non c’erano gli abiti pesanti, bensì le zanzariere che avevamo ordinato d’estate.

Soldato italiano tra due prigionieri russi. Porta il moschetto e ha due manette in mano.

Provo ad imbracciare il Parabellum, fucile mitragliatore requisito ai prigionieri russi. Sparava 75 colpi. Invece il modello 91 in nostra dotazione risaliva alla guerra ’15-’18 e aveva un caricatore da 6 colpi.

Al tramonto di un assolato pomeriggio d’autunno, suono la fisarmonica. Era un passatempo per i soldati, ma anche per i civili russi che mi invitavano alle loro feste di battesimo e cresima per suonare le canzoni italiane. Qui, sulle mense dei russi, trovavo spesso il pane bianco fatto con la farina che era inviata ai militari e anche il cognac che doveva serviva per scaldarci.

Prigionieri russi al ritorno dal lavoro dai campi.

C’è una mitologia, tutta italiana, riassunta dal motto: “Italiani, brava gente”, con la quale si è voluto edulcorare il comportamento dei fascisti e dei soldati italiani in guerra e la quale ha potuto beneficiare della grande ombra proiettata dal comportamento dei nazisti e della Wehrmacht. Contrariamente al mito, la storia ha dimostrato che anche l’esercito italiano ha commesso crimini di guerra in Libia, in Etiopia, in Grecia, in Albania e in Jugoslavia. Per quanto io ne sappia, 12 sono i nominativi degli italiani incriminati in Russia, mai consegnati alle autorità sovietiche. Moltissimi furono invece quelli che pagarono sia per sé sia per altri.

Le abbiamo pagate care le colpe del fascismo, le colpe del popolo italiano: in Albania, in Africa, in Russia. Proprio così: le colpe del popolo italiano. Perché, chi più chi meno, tutti gli italiani erano fascisti. Tutti, fra un’adunata oceanica e l’altra, credevano nei destini imperiali, nella guerra santa. Anche i pochi che allora capivano, che sapevano, se non sono finiti in galera, sono colpevoli: colpevoli del loro silenzio! A pagare, a pagare combattendo, è stato l’esercito. Lasciamo perdere le cricche dei capi, dei grossi papaveri ambiziosi, dei carrieristi, dei delinquenti. Guardiamo invece l’esercito minuto, quello vero, quello della povera gente. Il mio esercito, quello che ho conosciuto. […] Combattevamo per una guerra sbagliata, e lo sapevamo. Morivano male i nostri soldati. I feriti li bendavano con la carta igienica. Senza armi, senza retrovie. Ecco la nostra guerra. Nei primi tempi i fanatici, i puri, morivano sorridendo. Poi anche i puri cominciarono a bestemmiare. Combattevamo per il fascismo, per l’Italia, per l’esercito, per noi stessi? Combattevamo da uomini e basta.
Nuto Revelli, La guerra dei poveri, Einaudi, 1993 (prima edizione 1962)

Tra gli italiani che riuscirono a sopravvivere alla battaglia sul fronte russo e alla tragica ritirata del 1943, innumerevoli sono le testimonianze che hanno attestato la generosità e l’accoglienza che i russi riservarono loro.

Manfrini riuscì a salvarsi per una serie di circostanze che vale la pena di raccontare. Sua madre ebbe un sogno che le sembrò premonitore, nel quale vide il figlio morto. Implorò il cappellano militare di far avere al figlio una lettera in cui avvisarlo di un’operazione imminente, che si sarebbe rifiutata di fare se il figlio non fosse tornato. I dettagli della storia e del suo svolgimento, a questo punto, si sfumano e si perdono. Quello che si conosce è il risultato: una lettera, effettivamente ricevuta da Manfrini, in cui gli si comunicava, per errore, la falsa notizia della morte della madre, e la licenza che gli consentì di tornare in Italia.

La piazza della stazione di Kiev. Arrivai a Udine alla fine di novembre, dopo aver compiuto vent’anni il 21 novembre, durante il viaggio.

2 comentarios:

Liudmila Petukhova dijo...

Ciao! Scusi, ma come si può contattare con l'autore di questo articolo?

Studiolum dijo...

Grazie per la richiesta. Scriva una e-mail all’indirizzo wang@studiolum.com, e la inoltriamo all’autrice.