Santiago del Baku

Capitoli:
1. Bianco caucasico
2. Santiago del Baku
3. Santa Nino di Baku
4. Giaguaro a Baku
5. Venti di cambiamento
   sulla Città dei Venti

6. Notte su Baku
7. Invece di un epilogo
Ringraziamenti e link
Ho pensato di scrivere questo post per quasi sei mesi, ma oltre ad essere uno scrittore piuttosto pigro, sono stato molto occupato perché sono ritornato dagli Stati Uniti, dove ho vissuto per un anno, nella mia città natale, Baku. Santiago del Cile e Baku sono separate da 14.769 chilometri di steppe, montagne e deserti, laghi, fiumi, mari e dalle vaste acque dell’Atlantico, vari paesi e culture, ma il titolo di questo post suggerisce che ci sono cose, più di quante potremmo immaginare, che legano queste due lontane capitali. Vorrei ringraziare coloro che mi hanno incoraggiato a scrivere, specialmente mio padre e il mio amico ungherese, che mi stimola sempre a “scrivere molto, molto di più”.

1. Bianco caucasico

Un anno fa, nel novembre del 2009, mentre negli Stati Uniti facevo richiesta di una carta d’identità alla motorizzazione dello stato del Maryland, l’impiegata – una gentile donna di colore – compilando il mio dossier personale nel suo computer, dopo aver ritirato la mia foto, quando siamo arrivati alla casella “razza”, ha velocemente tirato ad indovinare dicendo ad alta voce: “latino-americano”. Sentendo il suo sospettoso: “è sicuro di non essere latino-americano?” dopo che avevo obiettato e dichiarato di essere “bianco/caucasico”, sono stato costretto a spiegare che in realtà venivo da un paese della regione caucasica che ha dato il suo nome alla razza caucasica. L’antropologo tedesco Johann Friedrich Blumenbach (1752-1840) coniò infatti il termine razza caucasica prendendolo dal “monte Caucaso, sia perché i suoi dintorni, e specialmente il suo pendio meridionale, produce la razza umana più bella, vale a dire quella georgiana, sia perché tutte le ragioni fisiologiche convergono sul fatto che se c’è un posto al mondo dove sembra che dovremmo con ogni probabilità collocare gli autoctoni (il luogo di nascita) dell’umanità, quel posto è quella regione”, come si trova a pagina 303 del suo rinomato De Generis Humani Varietate Nativa (Della naturale varietà dell’umanità), pubblicato nel 1795.

The title-page of the On the Natural Varieties of Mankind by BlumenbachThe page 303 of the On the Natural Varieties of Mankind by BlumenbachIl frontespizio e la pagina 303 di Della naturale varietà dell’umanità di Blumenbach,
pubblicato nel 1795. Fonte: archive.org

Personalmente, trovo questa terminologia ufficiale molto disorientante. E poi, molti caucasici non hanno i tratti dell’europeo tipo. Molte volte, mentre eravamo negli Stati Uniti, mia moglie ed io siamo stati avvicinati da latino-americani che, pensando che fossimo anche noi dei Latinos, ci si rivolgevano in spagnolo. Questo fu probabilmente anche il motivo per cui il regista cileno Sebastián Alarcón (1949), durante il suo esilio, scelse Baku per girare i suoi film dedicati al suo paese.

2. Santiago del Baku

Sebastián Alarcón entrò nella scuola dell’Università del Cile nel 1968, a 19 anni. Nel 1970, grazie ad una borsa di studio statale, continuò la propria formazione all’Istituto Statale Pan-russo di Cinematografia di Mosca. Mentre stava studiando lì, nel 1973 la tristemente famosa giunta militare capeggiata dal generale Augusto Pinochet (1915-2006) rovesciò il presidente del Cile, eletto democraticamente, Salvador Allende (1908-1973) e sciolse il suo governo socialista di Unidad Popular con un golpe appoggiato dalla CIA. La dittatura militare instaurata in Cile dopo il golpe che, per ironia della sorte, avvenne l’11 settembre, durò fino al 1990. Accompagnata dalla soppressione sistematica di ogni dissidenza politica, ha lasciato il ricordo di decine di migliaia di arrestati e torturati, nonché di molte centinaia di assassinati o “desaparecidos”.

Ispirato, come molti altri rappresentanti della gioventù cilena, dalla socialista Unidad Popular, Sebastián Alarcón non riuscì a ritornare nel suo paese, ma la sua vita creativa fu quasi completamente assorbita da quei tragici avvenimenti cileni. Al suo primo lungometraggio – Notte sul Cile (Ночь над Чили) – che racconta la storia di Manuel, un architetto arrestato in quanto sospettato e accusato a torto, e il suo passaggio attraverso gli incubi di abusi, intimidazioni e torture, fu assegnato il premio speciale per il migliore debutto da regista al 10° Festival Cinematografico di Mosca del 1977, l’anno in cui nacqui io.



Qualsiasi abitante di Baku, persino adesso, può facilmente riconoscere le vie della sua città natale visibili nei primi fotogrammi di questo film “dedicato al coraggioso popolo cileno”, ripreso in stile giornalistico e documentaristico.


Locandina di Notte su Cile (1977)
E anche volti locali: Giuli Čochonelidze (1928-2008), Artista Nazionale Georgiano, noto al nostro pubblico grazie a film azero-sovietici come Mattino (1960), La nostra strada (1961) e Una storia molto noiosa (1988), dove impersona il capo dei lavoratori, Baadur Tsuladze (1935), ora presidente dell’Associazione degli Attori del Cinema della Georgia, dove conduce una semplice vita di uomo di famiglia. Il vecchio incolto contadino cileno fu impersonato da Sadyq Huseynov (1924-2003), con la sua lunga carriera nel cinema e nel teatro azero, noto a tutti i bambini degli anni Ottanta e Novanta anche come Savalan Baba, cioè Nonno Savalan, perché appariva in programmi televisivi serali popolari. Comunque, si è venuto a sapere che anche un famoso fotografo russo, Gueorgui Pinchasov (1952), era a Baku nel 1976 nella troupe del film.

Non avrei mai imparato tutto questo su Alarcón e sulla Notte sul Cile  se qualche mese fa non mi fosse tornato in mente un altro film girato negli anni ’80 a Baku, nella scuola in cui studiai. Alcuni dicevano che la nostra scuola avesse fatto da sfondo in un film come guarnigione militare, e mi sono ricordato di una statua di cartapesta di un generale che avevano piazzato nel cortile della scuola, e anche il titolo del film: Giaguaro.

3. Santa Nino di Baku

La nostra scuola, con il suo grande cortile che assomigliava ad una piazza d’armi, le sue sbarre alle finestre del piano terra e  il locale caldaia con una grande tubazione di metallo nero per il riscaldamento a vapore, sarebbe stata in effetti un buon modello per una guarnigione. Questo edificio storico ospitava in realtà due scuole: la scuola pubblica russa  N° 134 si trovava nell’ala nord, mentre la scuola pubblica azera N° 132, intitolata a Huseyn Javid (1882-1941) – un famoso poeta e drammaturgo azero, ucciso nei campi siberiani durante le repressioni staliniane – occupava il resto dell’edificio.

Panorama photos of the Icheri Sheher Subway Station on 360cities.netFoto panoramica della stazione della metropolitana di Icheri Sheher su 360cities.net

Sapevamo tutti che la nostra scuola era stata un ginnasio femminile nel periodo presovietico, e io ho pensato per molto tempo che fosse stata la prima scuola laica per ragazze musulmane, costruita grazie ai caparbi sforzi di Haji Zejnalabdin Tagiev (1823-1924), un famoso barone azero del petrolio, magnate industriale e filantropo, che è anche ricordato per aver finanziato la costruzione del Teatro dell’Opera e del Balletto, per la posa della rete idrica Shollar e per molte altre opere realizzate a Baku. Ma in realtà, la prima scuola per ragazze azere, aperta nel 1901, si trovava in un altro edificio, che ora ospita l’Istituto dei Manoscritti dell’Accademia delle Scienze, lungo la Via comunista, chiamata allora Nikolaevskaja (in russo di Nicola) e ai nostri giorni İstiqlaliyyət (in azero Indipendenza).

The first secular school for Muslim girls. Baku, 1911Il testo sulla lavagna in questa foto del 1911 dice “Первая женская татарская школа
cioè la Prima Scuola per Ragazze Tartare in russo. Tartari è il nome ufficiale con cui,
assieme ad altri termini come musulmani, persiani o turchi, si designavano
gli attuali azeri nell’Impero russo.

Entrambi gli edifici si possono vedere in questa straordinaria foto aerea del centro di Baku fatta nel 1918 da Victor Lvovič-Ludvigovič Korvin-Kerber (1894-1970), un famoso progettista navale russo, che allora faceva l’istruttore alla Scuola Ufficiali dell’Aviazione Navale di Baku.

Aerial photo of central Baku by Victor Korvin-Kerber. 1918
Un gruppo di piccoli edifici nella parte destra della foto, racchiusi dalle antiche mura cittadine, è l’Icheri Sheher, l’antico centro cittadino. Il Centro Estivo per le Riunioni Pubbliche nell’angolo in basso a destra, aperto nel 1912 come club per l’élite ricca di Baku, fu ispirato dal punto di vista architettonico dall’Opéra de Monte-Carlo, e ora ospita la Sala della Filarmonica di Stato dell’Azerbaigian intitolata a Muslum Magomajev (1885-1937), un famoso compositore e direttore d’orchestra azero-sovietico.

Aerial photo of central Baku taken from Google MapFoto aerea del centro di Baku presa da Google Maps

Così, in effetti, il ginnasio femminile ospitato nel nostro edificio scolastico fu  l’Istituzione delle Ragazze di Santa Nino (o Santa Nina) di Baku, finanziato dal ramo di Baku della Società delle Donne Caritatevoli in Onore dell’Isapostolo Santa Nino, illuminatrice della Georgia, fondata a Tiflis (Tbilisi, Georgia) da Elizaveta Xavierevna Branicka-Vorontsova (1792-1880), cantata in versi addirittura dal grande Aleksandr Sergeevič Puškin (1799-1837), la moglie del vicerè russo del Caucaso Principe Michail Semjonovič Vorontsov (1782-1856). Il ramo di Baku fu aperto nel 1861 in seguito al trasferimento del centro amministrativo del Governatorato di Šamakhi dalla città di Šamakhi – dove la società era attiva dal 1848 – a Baku dopo il devastante terremoto del 1859.

Old photo of central Baku, 1905
Old photo of central Baku, 1905

Un’interessante coincidenza è che l’edificio scolastico era stato inizialmente un ospedale da campo militare  e fu  lasciato all’istituzione femminile solo nel 1888, quando l’ospedale si trasferì in un nuovo edificio nell’insediamento Bail di Baku. Più tardi, nel 1895, l’istituzione ricevette lo status di ginnasio, e continuò ad esistere per molti anni fino all’invasione bolscevica russa della Repubblica Democratica di Azerbaigian nel 1920, repubblica che ebbe vita breve. Durante tutti questi anni la scuola femminile cristiana di Santa Nino è stata attiva grazie alle generose donazioni di cittadini di Baku, incluso un buon numero di azeri, e tra le sue allieve ci sono state anche ragazze musulmane. Anche la famosa studiosa di storia di Baku e dello Stato degli Shirvanshah, la cui famiglia fu perseguitata e il cui padre fu ucciso durante le repressioni staliniane,  Dott. Sara Ašurbejli (1906-2001), studiò in questa scuola.

Certificate of successful completion of the junior preparatory course, given to Sara Ashurbeyli in 1913 / Sara Ashurbeyli during her studentship at Azerbaijan State University, end of the 1920sSinistra: Certificato di completamento con successo del corso preparatorio all’istituto femminile
Santa Nino di Baku, conferito a Sara Ašurbejli nel 1913. Destra: Sara Ašurbejli durante
la sua borsa di studio nel dipartimento di studi orientali dell’Università
Statale dell’Azerbaigian,
alla fine degli anni Venti.

Comunque, la Scuola Santa Nino è servita da modello per l’immaginario Liceo femminile della Santa Regina Tamara di Baku, dove studiò Nino Kipiani, l’eroina del popolare romanzo Ali e Nino. Questo famoso romanzo d’amore, pubblicato per la prima volta a Vienna nel 1937, la cui paternità è ancora in discussione, racconta la storia di un amore appassionato tra due giovani cittadini di Baku – un gentiluomo musulmano azero e una gentildonna cristiana georgiana durante il periodo turbolento dell’inizio del XX secolo. La tragica fine del romanzo evoca il destino di molti altri: Ali è ucciso mentre difende la città di Ganja dall’invasione dell’esercito bolscevico, mentre Nino fugge in Georgia con il loro figlio.

4. Giaguaro a Baku

Jaguar (1986) movie poster.
Locandina di Giaguaro (1986)
Sebastián Alarcón fu di nuovo a Baku un decennio dopo il successo di Notte sul Cile per girare un altro film, che raccontava la storia di un giovane cadetto, soprannominato Giaguaro per il suo carattere independente e risoluto, che alla fine si ribella contro il regime per il quale è stato addestrato a prestare servizio. Questo film del 1986 era basato sul famoso romanzo pubblicato nel 1963 La ciudad y los perros (La città e i cani) di Mario Vargas Llosa (1936), che ha vinto il premio Nobel per la letteratura del 2010 lo scorso ottobre, mentre stavo pensando di scrivere questo post. Il primo romanzo pubblicato da  Vargas Llosa è basato sulla sua personale esperienza all’Accademia Militare Leoncio Prado di Lima, ma Alarcón ha trasferito la storia in Cile e vi ha aggiunto abilmente una dimensione politica.

Cercando spezzoni del film, ho dapprima trovato una breve sequenza che combina le sequenze video di Giaguaro con una canzone che è un simbolo della resistenza cilena contro il regime di Pinochet: El pueblo unido jamás será vencido, scritta nel 1973 da Sergio Ortega (1938-2003) e dal gruppo di musica popolare Quilapayún come inno di Unidad Popular.



El pueblo unido, jamás será vencido,
El pueblo unido jamás será vencido…

De pie, cantar que vamos a triunfar.
Avanzan ya banderas de unidad.
Y tú vendrás marchando junto a mí
y así verás tu canto y tu bandera florecer,
la luz de un rojo amanecer
anuncia ya la vida que vendrá.

De pie, luchar el pueblo va a triunfar.
Será mejor la vida que vendrá
a conquistar nuestra felicidad
y en un clamor
mil voces de combate se alzarán
dirán canción de libertad
con decisión la patria vencerá.

Y ahora el pueblo que se alza en la lucha
con voz de gigante gritando: ¡adelante!

El pueblo unido, jamás será vencido,
El pueblo unido jamás será vencido…

La patria está forjando la unidad
de norte a sur se movilizará
desde el salar ardiente y mineral
al bosque austral
unidos en la lucha y el trabajo
irán, la patria cubrirán,
su paso ya anuncia el porvenir.

De pie, cantar el pueblo va a triunfar
millones ya, imponen la verdad,
de acero son ardiente batallón
sus manos van llevando la justicia y la razón
mujer, con fuego y con valor
ya estás aquí junto al trabajador.

Il popolo unito non sarà mai vinto,
Il popolo unito non sarà mai vinto…

In piedi, cantiamo, che trionferemo.
Avanzano ora le bandiere dell’unità.
E tu verrai a marciare al mio fianco
e così vedrai il tuo canto e la tua bandiera fiorire,
la luce di un’alba rossa
annuncia già la vita che verrà.

In piedi, lottiamo, il popolo trionferà.
Sarà migliore la vita che verrà
a conquistare la nostra felicità
e in un clamore
mille voci di lotta si alzeranno
diranno una canzone di libertà
con decisione la patria vincerà.

E ora il popolo che si alza nella lotta
con voce da gigante gridando: avanti!

Il popolo unito non sarà mai vinto,
Il popolo unito non sarà mai vinto…

La patria sta forgiando l’unità,
da nord a sud si mobiliterà
dalle saline ardenti e minerali
alle foreste australi
uniti nella lotta e nel lavoro
andranno, la patria copriranno,
i loro passi già annunciano l’avvenire.

In piedi, cantiamo, il popolo trionferà
già milioni impongono la verità
di acciaio sono ardente battaglione
le loro mani porteranno la giustizia e la ragione
donna, con fuoco e con coraggio
anche tu sei qui a fianco del lavorator.
Un fatto interessante è che la stessa canzone fu cantata su testo persiano Bar pâ khiz, az jâ kan, banâye kâkh-e doshman (بر پا خیز، از جا کن، بنای کاخ دشمن – Sollevatevi, demolite le fondamenta del palazzo del nemico) da gruppi di sinistra durante la rivoluzione islamica iraniana del 1979 contro la monarchia.

Questa canzone non fu suonata in Giaguaro, ma Alarcón, in Notte sul Cile, ne ha usato l’appassionata musica, composta ed eseguita su strumenti tradizionali da uno degli ex membri di Quilapayún, Patricio Castillo (1946). Si incontrarono per la prima volta e divennero amici durante la tourné del gruppo in Unione Sovietica, nel 1970. In Giaguaro, la parte della chitarra della colonna sonora è eseguita dallo stesso Alarcón.



Qualsiasi diplomato della scuola di Baku N° 132 riconoscerebbe il posto che si vede all’inizio del film. È la parte sud-orientale del cortile della scuola, dove una volta gli studenti si mettevano in riga, classe per classe, prima di entrare in aula.

Baku public school No.132 courtyard, 1984.
Questa foto è stata presa di fronte al muro meridionale del nostro cortile nel 1984, prima che la nostra classe, la II B, andasse alla cerimonia di iniziazione dell’organizzazione dell’Octjabrjat – Piccoli ottobristi nella vicina casa-museo di Nariman Narimanov (1870-1925), un intellettuale e politico azero di primo piano, talvolta denominato il Lenin dell’est, che fu chiamato alla testa del governo della  Repubblica Socialista Sovietica Azera dichiarata in seguito all’invasione bolscevica. Successivamente, operò nel governo centrale dell’Unione Sovietica a Mosca, e morì in circostanze sospette. Le foto a colori non erano così comuni all’epoca, e i fotografi si chiamavano in occasioni speciali. La seconda signora a destra dietro di noi è la nostra principale insegnante e capoclasse Rahima Mammadova.

Baku public school No.132 courtyard, 1986
Questa è la nostra classe assieme a Rahima muallima (insegnante, maestra in azero), ancora nel 1986. Questa foto fu scattata probabilmente il primo giorno dell’anno scolastico. Tutti portavano fiori e noi indossiamo cravatte rosse da pioneri. La parete dietro di noi è probabilmente il muro orientale del cortile.

Baku public school No.132 courtyard, 1986
L’angolo sud-orientale del nostro cortile è ben visibile in questa foto del 1986, fatta durante l’ora di educazione fisica nella classe di mio fratello. Si possono vedere i segni sul terreno che definiscono i diversi settori per le diverse classi.

Sarebbe interessante sapere se Alarcón sapesse che l’edificio che stavano filmando come scuola militare di Giaguaro nel 1928 ospitava la Scuola Militare Cadetti Trans-Caucasica dell’Armata Rossa, che era stata istituita nel 1921 come prima scuola militare azera per adolescenti ed era il prototipo dei Collegi Militari Suvorov.

Old photo of central Baku, 1920s
Questa vecchia foto, che mostra l’edificio da una prospettiva diversa, fu probabilmente fatta in quegli anni. Fu solo nel 1937 che la nostra scuola N° 132 fu collocata, assieme alla scuola russa N° 134, nello stesso edificio, e il terzo piano fu probabilmente costruito a quell’epoca.

Quando recentemente, nell’estate del 2009, le scuole sono state chiuse e l’edificio è stato recintato, molte persone si sono molto preoccupate della sua sorte. Fortunatamente, alla nostra scuola è stata risparmiata la tragica fine della Casa del Governatore, che è stata distrutta per sgombrare l’area in vista della costruzione di un nuovo hotel di nove piani, o del bellissimo edificio donato dal suddetto Zejnalabdin Tagiev a sua nuora, nonché di molte altre vittime della continua, criminale incuria storico-architettonica a Baku. Le scuole sono state riaperte dopo un radicale intervento di ristrutturazione completato nel settembre dello scorso anno. Ora l’edificio sembra molto diverso per l’aggiunta del quarto piano e la rimozione della caratteristica arcata con balcone posta sopra l’ingresso principale. Anche il cortile è molto diverso ora, tanto che non si può immaginare possa essere la scuola militare di Giaguaro.

Baku Educational Complex No.132-134 after a major reconstruction in 2009-2010Complesso Educativo N° 132-134 di Baku dopo la radicale ricostruzione nel 2009-2010

Qualche attore di Notte sul Cile è comparso anche in Giaguaro. L’ottuso sergente è di nuovo impersonato da Islam Kaziev (1938). Uno degli attivisti arrestati in Notte sul Cile, Majak Karimov (1944) ha svolto questa volta un ruolo secondario, di ufficiale-istruttore. Alarcón invitò anche alcuni attori armeni, non pochi dei quali avevano – forse per caso – un legame con Baku. L’Artista Nazionale Russo Vladimir Tatosov (1926), che recitò in un ruolo marginale, di custode della scuola militare, visse la sua infanzia qui. L’Artista Nazionale Russa, nata a Baku, Nina Ter-Osipjan (1909-2002) recitò nel suo consueto ruolo di personaggio, molto teatrale, di anziana signora arguta. Anche il popolare attore sovietico-russo Sergej Gazarov (1958), che ebbe il ruolo principale di Tenente Gamboa, nacque a Baku.

È improbabile che i cittadini di Baku che comparvero nelle scene di massa del Giaguaro nei panni di cileni in sciopero e nelle manifestazioni, scandendo slogan antigovernativi, sbandierando bandiere e affrontando le forze repressive del regime antipopolare, avrebbero mai immaginato che qualcosa del genere si sarebbe verificato  nella loro città natale nel giro di un paio d’anni.

5. Venti di cambiamento sulla Città dei Venti

Abbiamo già accennato agli esordi di un movimento di aperta indipendenza in Azerbaigian nel 1988. Le idee di libertà e la storia dell’indipendenza vietata stavano venendo alla luce con la perestrojka e la glasnost’ – le nuove politiche di liberalizzazione e di apertura in Unione Sovietica, inaugurate nel 1986 dal Segretario Generale del Partito Comunista (il capo supremo dell’URSS), Michail Gorbačëv (1931). Ma questi processi in Azerbaigian esplosero con le attività separatiste nella Regione montagnosa del Garabagh (universalmente nota nella sua traslitterazione russa Nagorno-Karabakh), alimentate da movimenti nazionalistici nella vicina Armenia. Una dichiarazione a favore dell’annessione del Garabagh dall’Azerbaigian all’Armenia, fatta da Abel Aganbegjan (1932), consigliere in capo armeno di Gorbačëv in materia di politica economica, in un ricevimento organizzato dalla grande diaspora armena in Francia nel novembre del 1987, fu un segnale per un’attività separatista attiva nella regione.

All’improvviso, tutta l’intelligencija armena imbracciò le “armi” e istigò la propria popolazione a chiedere la restituzione di queste “terre storiche”. Fu improvviso quanto meno per gli azeri, ma basta sfogliare, per esempio, il libro Очаг (Cuore) dell’autore armeno Zori Balajan (1935), pubblicato nel 1981 e nel 1984 a Yerevan e Mosca, per scoprire le radici di questo scoppio di intolleranza etnica. Dedicato “ai 150 anni di unione dell’Armenia Orientale con la Russia”, con un modesto sottotitolo “Saggi sull’Armenia. Per l’età scolare secondaria superiore”, questo libro plasmò fin da subito un’immagine del nemico, il turco-azero, parlando di “terre natali armene”, di “riunione”, e di “rinascita” della “Grande Armenia”. L’autore, tuttavia, che all’epoca divenne uno dei leader/oratori del movimento popolare armeno e che ha ricevuto diversi premi, non dice niente su quello che toccò alle diverse centinaia di migliaia di azeri (e di altre nazionalità) che vivono in quelle terre, ma le prime migliaia di rifugiati provenienti dall’Armenia, scacciati dalle loro case nel freddo inverno del 1987, e quel che resta di quasi un milione di persone che divennero rifugiati fino al 1993, serbano una chiara testimonianza delle sue intenzioni non espresse. Quelli che furono assassinati non possono.


La stampa sovietica, che fosse locale o centrale a Mosca, fu cieca e sorda rispetto alla tragedia dei rifugiati azeri. La maggioranza di quelle persone fu trattenuta a Sumgayit, una città industriale a 30 chilometri da Baku che si trovava già in una situazione disastrosa dal punto di vista sociale. Imponenti dimostrazioni in Armenia che rivendicavano il Garabagh, nonché dimostrazioni spontanee in Azerbaigian che richiedevano un’azione tempestiva che fermasse il separatismo militante, avevano luogo quasi quotidianamente. La notizia ufficiale di due azeri uccisi il 22 febbraio del 1988 in uno scontro nel Garabagh alimentò ulteriormente le tensioni, culminando in una sanguinosa provocazione il 27 febbraio a Sumgayit, che si concluse con l’uccisione di 26 cittadini armeni e 6 cittadini azeri. Le forze dell’ordine sovietiche reagirono solo due giorni dopo per fermare i disordini, ma anche per avviare una metodica deportazione di armeni dalla città. Sfortunatamente, il pogrom/massacro di Sumgayit, che è rimasto un tragico marchio nero nella storia dell’Azerbaigian, divenne la carta più importante in mano alla propaganda nazionalistica, spalleggiata anche dalla potente diaspora armena in Europa ed in America. Di conseguenza, molte fonti finora la considerano come il punto di avvio e la causa iniziale del conflitto.

Il movimento separatista armeno fu anche sostenuto da molti intellettuali rappresentanti di circoli democratici moscoviti, incluso il “dissidente sovietico n° 1” Andrej Sacharov (1921-1989), accompagnato ovunque dalla moglie, l’attivista sovietica per i diritti umani Elena Bonner (1923), il cui nome armeno da nubile Alikhanjan non è molto noto. I circoli del governo centrale furono anche apparentemente pro-armeni, per non dire armeni: oltre al consigliere capo per le questioni di politica economica Aganbegjan, c’erano anche Georgij Šahnazarov (1924-2001), il consigliere capo di Gorbačëv per la politica estera e Stepan Sitarjan (1930-2009), il suo consigliere capo per la finanza e la programmazione.

Con l’escalation del separatismo militante e del crescente numero di attacchi nazionalistici, divenne chiaro che né l’apparato del Partito Comunista Sovietico né il locale governo servile dell’Azerbaigian avevano la volontà o la capacità di difendere la propria popolazione. In poco tempo, il Fronte Populare dell’Azerbaigian (FPA), fondato da un gruppo di intellettuali sul modello dei Fronti Popolari dei paesi baltici dell’estate del 1988, ottenne un’enorme popolarità. Il 17 novembre del 1988, manifestazioni di massa sulla grande Piazza Lenin  – ora Piazza della Libertà – di Baku, con più di mezzo milione di partecipanti, sfociarono nel Meydan Harakaty, cioè nel Movimento della Piazza, la prima manifestazione permanente ed il primo movimento apertamente di liberazione in Azerbaigian. Fu lì che la dimenticata bandiera tricolore della soppressa Repubblica Democratica di Azerbaigian fu issata di nuovo, proprio come predetto da uno dei suoi fondatori, Mammad Amin Rasulzade (1884-1955). Il 24 novembre fu proclamato lo stato di emregenza a Baku, e le forze speciali del Ministro Sovietico degli Affari Interni entrarono in città. Ma la manifestazione permanente nella piazza continuò senza interruzioni fino alla notte del 5 dicembre, quando fu brutalmente sciolta con due vittime.

Nonostante le molte disillusioni che seguirono, il Movimento della Piazza fu un periodo in un certo senso idealistico, di grandi speranze e di un’unità fedele nel movimento di liberazione nazionale dell’Azerbaigian.

Aerial photo of central Baku by Victor Korvin-Kerber. 1918 Azadlıq Radiosu (RFE/RL): letterati azeri a favore del movimento in Piazza Lenin.
In piedi: il poeta e pubblicista Islam Sadyq. Seduti: il poeta Qabil (1926-2007), lo scrittore
Ismayil Shykhly (1919-1995) e il poeta Bakhtiyar Vahabzade (1925-2009).
La persona in fondo, assorbita nel suo lavoro, è il poeta Khalil Reza
(1932-1994), molto noto come autore di questi famosi versi:

Azadlığı istəmirəm
Zərrə-zərrə, qram-qram
Qolumdakı zəncirləri qıram gərək
Qıram! Qıram!

Azadlığı istəmirəm
Bir həb kimi, dərman kimi
İstəyirəm səma kimi,
Günəş kimi, Cahan kimi.
Non voglio la Libertà
Granello per granello, grammo per grammo.
Dovrei spezzare, dovrei spezzare
Le catene alle braccia!

Non voglio la Libertà
Come una pillola, come una medicina.
La voglio come i cieli,
Come il Sole, come l’Universo.

Quegli anni rimangono anche nella mia memoria come un periodo di grande entusiasmo e di incontenibile energia creativa. Nel 1988 la rivista bilingue Gənclik/Молодость (Gioventù, in azero e in russo) uscì in 70.000 copie e raggiunse una grande popolarità grazie ai suoi articoli interessanti e taglienti e al suo nuovo formato. Un film commedia satirico, Yaramaz/Мерзавец (Il furfante), diretto da Vagif Mustafajev (1953), ora Artista Nazionale dell’Azerbaigian, ottenne un riconoscimento sensazionale in Unione Sovietica e persino all’estero. Fu anche il momento di gloria per l’attore georgiano Mamuka Kikalejshvili (1960-2000), che nel film aveva il ruolo da protagonista di Hatam. Un altro film satirico, che smascherava il sistema sovietico di partito di potere-amministrativo corrotto, Lətifə/Анекдот (Aneddoto), diretto dalla talentuosa coppia Yefim Abramov-Nizami Musajev, non divenne così famoso, ma la scena finale, con pionieri armati che tagliavano tutte le comunicazioni e annunciavano un golpe, fu un’immagine profetica. Posare in divisa da carcerato con le tipiche foto in primo piano e di profilo nei titoli di coda fu profetico anche per Nizami Musajev, che fu incarcerato nel 1994 e lasciò in seguito l’Azerbaigian. Aneddoto fu girato nel 1989, mentre erano in vigore lo stato di emergenza e il coprifuoco, e soldati armati e blindati pattugliavano le strade di Baku. Ricordo il samizdat – autoprodotto – poster in bianco e nero del film con la tagline di presa in giro dell’avvertenza sui pacchetti di sigarette sovietiche: МВД и КГБ СССР предупреждают: Просмотр этого фильма вреден для вашего здоровья, il MVD (Ministero degli Affari Interni) e il KGB (Comitato per la Sicurezza di Stato) dell’URSS ti avvertono: guardare questo film è pericoloso per la tua salute.

Baku public school No.132 courtyard, 1988
Quest’ultima foto del mio album scolastico fu scattata solo pochi mesi prima dell’inizio del Movimento della Piazza, nell’estate del 1988, durante una pausa dell’esame di matematica. Siamo assieme alla nostra nuova capoclasse, l’insegnante di arabo Fakhriyya Baghirova, che morì inaspettatamente nel 1990. Quell’anno fu tragico per la nostra classe: perdemmo anche uno dei nostri compagni, morto in un incidente d’auto. Fu anche un anno tragico per la mia famiglia, perché perdemmo alcuni parenti, incluso mio nonno; e lo fu per l’intera nazione: il 1990 iniziò in Azerbaigian con il Gennaio Nero.

6. Notte su Baku

Alla fine del 1989, il numero di rifugiati da ambo le parti aveva già raggiunto le migliaia. Virtualmente non c’era più nessun azero in Armenia, e nuove ondate di rifugiati arrivavano dal Garabagh, dove attacchi militanti di separatisti armeni andavano intensificandosi. Manifestazioni al motto di Istefa, che chiedevano le dimissioni dell’impopolare governo locale, ripresero a Baku e in molte altre città. Il tristemente famoso muro di Berlino era già caduto in ottobre e lo spettro della Libertà si stava aggirando per tutta l’Europa dell’est. Il Fronte Popolare dell’Azerbaigian ottenne l’appoggio unanime della popolazione e si trasformò in un vero potere politico, ma vi furono anche segnali di dissenso all’interno della sua leadership. In molte regioni, i segretari generali dei comitati locali del Partito Comunista, cioè i capi locali dell’amministrazione sovietica, furono costretti a lasciare i loro posti direttivi dagli attivisti del Fronte. Un processo analogo, il 29 dicembre, a Jalilabad, un centro distrettuale nella parte sud-orientale del paese, fu accompagnato da disordini, da danni agli uffici dell’amministrazione e da pestaggi dei locali funzionari. Un contingente combinato di forze sovietiche della milicija, inviato dai distretti vicini, pose rapidamente fine alle rivolte. Le tendenze radicali sarebbero culminate l’11 gennaio del 1990 con il rovesciamento del potere sovietico da parte di attivisti del Fronte nelle regioni di Lankaran e Neftchala, confinanti con Jalilabad.

Ma quello che avvenne l’ultimo dell’anno non aveva precedenti. Nella notte tra il 30 e il 31 dicembre del 1989, le postazioni di frontiera, al confine tra l’Unione Sovietica e l’Iran, furono incendiate a Nakhchivan. Il giorno dopo, che ora è celebrato come Giornata della Solidarietà degli Azeri nel Mondo, la gente in qualche altra regione iniziò a distruggere le barriere di confine che la separavano dalle popolazioni a sé affini che vivevano sotto un altro regime opprimente oltre il fiume Araz, in Iran. Alla più grande “minoranza” etnica, che ammontava a più del 20 percento della popolazione iraniana, circa 20 milioni di turco-azeri, era ancora negato il diritto culturale fondamentale  all’istruzione formale nella propria lingua madre. In quel momento culminante dello stato d’animo nazionale, sembrò che decenni di oppressione e dolorosa separazione fossero giunti alla fine, incarnata dall’interpretazione, estremamene popolare, da parte di Yagub Zurufchu’s (1956), di Ayrılıq (Separazione in azero), una canzone composta da Ali Salimi (1922-1997) nel 1956, che la censura permise di pubblicare solo con un testo modificato nel 1958 alla radio di Teheran, e che fu cantata da due generazioni di cantanti popolari come Rashid Behbudov (1915-1989) e Googoosh (Faiga Atashin) (1950), su entrambe le rive del fiume Araz.

Ma lo scenario di Sumgayit si ripresentò anche a Baku il 13-15 gennaio. Mentre le manifestazioni quotidiane continuavano nella parte centrale della città, sulla Piazza Lenin e di fronte all’edificio del Comitato Centrale, attacchi organizzati contro cittadini armeni in altre parti della città causarono dai 56 ai 90 omicidi, a seconda delle stime. La locale milicija, che per ignoti motivi era stata completamente disarmata poco tempo prima, rimase inattiva, e le truppe sovietiche di stanza a Baku, forti di 12 mila uomini, rimasero di nuovo ad osservare, limitandosi a concentrare e poi a deportare i rifugiati. La Questione delle Nazionalità negli Stati Post-Sovietici, pubblicata da Longman nel 1996, fornisce ulteriori dettagli:
Dal 13 al 15 gennaio 1990, bande prive di ogni controllo iniziarono a fare irruzione nelle case armene e a commettere atrocità. Inspiegabilmente, un gran numero di ex prigionieri era stato rilasciato poco prima e, allo stesso tempo, le forze dell’ordine si astennero completamente dal prendere parte a qualsiasi azione durante i tre giorni di violenze. I presunti autori di violenze portati alle caserme della polizia e dell’esercito furono rilasciati immediatamente.
Sfortunatamente, questa tragedia fu anche sfruttata dalla propaganda nazionalistica armena contro l’Azerbaigian. Invece di manifestare umanità e coscienza, l’intelligencija, a parte poche eccezioni degne di nota, continuava ad alimentare il circolo vizioso del male. Sergej Gazarov, già citato come uno degli attori protagonisti di Giaguaro, alcuni parenti stretti del quale ebbero a soffrire in questa tragedia, non ha mai ceduto a questi comportamenti e ha ricordato azeri che aiutarono la sua famiglia. Non è casuale che abbia lavorato per molti anni in un teatro di Mosca diretto da un altro popolare attore sovietico-russo di origine armena, Armen Džigarhanjan (1935), che ha sempre condannato la propaganda dell’odio.

Ma chi stava dietro al massacro?

“Dietro i pogrom armeni a Baku c’era il KGB. Il KGB mise le nazioni l’una contro l’altra” dice un testimone e una vittima di quegli eventi, Garri Kasparov (1963), il 13° Campione del Mondo di Scacchi, nato a Baku da madre armena, ora attivista politico russo. Tuttavia, l’ex generale del KGB Vjačeslav Šironin (1939) ha a sua volta accusato i servizi segreti stranieri, mentre l’ex attivista del Fronte Zardušt Alizade (1946) ha accusato la vecchia mafia del Partito Comunista.

A rally in front of the Central Committee building, Baku. Photo: Victoria IvlevaUna manifestazione di fronte all’edificio del Comitato Centrale, che oggi ospita l’Ufficio della
Presidenza. Le scritte russe sui cartelli dicono “No alla perestrojka assassina!”
e “Nazionalisti armeni fuori dal Karabakh!” Foto: Victoria Ivleva.
Fonte: FotoSoyuz

Nel giro di un paio di giorni fu proclamato lo stato di emergenza in tutto l’Azerbaigian a parte Baku, ed un battaglione sovietico di circa 26 mila uomini fu concentrato attorno alla città. Una manifestazione permanente stava continuando dal 17 gennaio di fronte all’edificio del Comitato centrale, non lontano dalla nostra scuola. Barricate improvvisate, formate con autocarri e autobus, furono innalzate lungo le vie di accesso a Baku, attorno alle caserme dell’esercito in città, per evitare l’ingresso delle truppe. I rappresentanti di Mosca, incluso Evgenij Primakov (1929), membro del Consiglio della Presidenza di Gorbačëv, nelle loro apparizioni alla televisione locale e alla manifestazione assicurarono la gente che l’esercito non sarebbe entrato in città. Quasi nessuno ricordava allora come nell’Ungheria del 1956 Jurij Andropov (1914-1984), allora ambasciatore sovietico, deluse il governo locale assicurandolo che non c’era alcun ordine di attacco, mentre i carri armati sovietici erano già partiti alla volta di Budapest. Il 19 gennaio, intorno alle 19:30, un piccolo gruppo di forze speciali sovietiche mise fuori uso il generatore di corrente elettrica della stazione radio-televisiva statale locale. Tutto il paese piombò nel buio del vuoto informativo e, a mezzanotte, con il favore del buio, le truppe sovietiche avviarono l’operazione in codice “Sciopero”.

Mio padre si ricorda di quella notte nel  Post Scriptum del suo libro Lettera al mio amico (Письмо Другу):
Quella tremenda notte mi trovai tra i picchetti vicino ad una guarnigione militare, la tristemente nota caserma Salyan, assieme a tre vicini. Ci andammo con la mia macchina, che parcheggiammo ad una certa distanza. Si diceva che l’esercito si stesse avvicinando alla città e stesse preparando un attacco, ma solo pochi vi credevano, poiché letteralmente un giorno prima i rappresentanti del Centro Michajlov*  e del Comitato Centrale locale Dašdamirov* avevano lanciato un appello alla TV e assicurato la popolazione che l’esercito non sarebbe entrato in città.

Alle 11 di sera circa, da postazioni nelle caserme, iniziarono a sparare in aria con proiettili traccianti, ma i dimostranti considerarono questi spari solo come un brutto scherzo. Non vidi gente armata tra i dimostranti. C’era un camion, tuttavia, al cui interno c’erano bottiglie, presumo riempite di liquido incendiario. Vidi anche una decina di giovani che indossavano giacche di marina ed erano armati di barre di metallo. Queste erano le soli armi dei dimostranti, ma naturalmente c’erano grandi camion, furgoni e autobus che bloccavano le caserme e la strada.

Mentre eravamo ancora lì, circolò la voce che carri armati provenienti dalla caserma fossero usciti sulla strada e stessero distruggendo il muro dall’altra parte e schiacciando con i caterpillar le automobili parcheggiate nelle vicine aree di parcheggio. Nessuno credette nemmeno a queste voci, ma poi si verificò che questo fu proprio il modo in cui avvenne. Quei carri, diretti verso le unità che attaccavno da nord, predisposero congiuntamente una trappola per i manifestanti all’ingresso settentrionale della città. Così il tributo più alto di morti avvenne, per ironia della sorte, proprio là dove una volta si ergeva un enorme monumento all’“eroico” 11° battaglione dell’Armata Rossa, che ci aveva portato la “libertà” il 28 aprile del 1920…

Uno dei nostri compagni aveva una malattia renale; era uscito da poco dall’ospedale. Mi chiese di portarlo in macchina a casa perché potesse prendere qualcosa da mangiare, vestiti più pesanti, e ritornare più tardi, forse a piedi. Ma non potemmo tornare indietro perché un’ora e mezzo dopo l’esercito aveva già occupato la città. I miei figli, che dormivano a casa, alle 3 di notte circa sentirono l’avanzare della pesante macchina militare. Uscii in strada e vidi un sacco di blindati che si dirigevano verso il Comitato Centrale, dove una manifestazione che chiedeva le dimissioni del governo era ancora in corso. I soldati a bordo si stavano coprendo con scudi metallici, proteggendosi da proiettili e pietre inesistenti. Questa è la mia parte in questa terribile storia
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Morning of 20 January 1990, Baku

La mattina del 20 gennaio, le truppe sovietiche, al comando del Ministro della Difesa Dmitrij Jazov (1924) e del Ministro degli Affari Interni Vadim Bakatin (1937) (quella notte tutti e due erano a Baku), avevano eseguito con successo l’ordine, e cadaveri giacevano su tutte le strade di Baku. Più tardi, lo stesso generale Jazov ricevette le spalline da maresciallo e il Comandante in Capo supremo Gorbačëv il premio Nobel per la Pace. A quel punto avevamo già saputo che più di 130 civili, inclusi vecchi, donne e bambini, erano stati uccisi e che più di 700 persone erano state ferite quella notte.

Nel buio informativo totale di quei giorni, l’unico raggio di luce fu la voce di Mirza Khazar (Michajilov) (1947), un ebreo azero che era emigrato in Israele nel 1974 e che più tardi condusse il Servizio Azero della Radio Free Europe/Radio Liberty, la cui equipe a Monaco riuscì a trasmettere interviste in diretta e servizi quotidiani da Baku.

Baku citizens killed on the streets. Photo: Victoria IvlevaCittadini di Baku uccisi per strada. Foto: Victoria Ivleva. Fonte: FotoSoyuz

Sparare a civili a bruciapelo con estrema brutalità, guidare intenzionalmente veicoli equipaggiati con armi pesanti contro automobili uccidendone i passeggeri, sparare contro ospedali e autoambulanze, uccidere i feriti, colpire con baionette e darsi ai saccheggi sono solo alcuni dei crimini documentati all’epoca da esperti militari indipendenti dell’organizzazione civile Scudo (Щит), con sede a Mosca. Anche dei riservisti provenienti dalle regioni russe di Rostov, Stavropol e Krasnodar (con la più numerosa diaspora armena) furono mobilitati a far parte dell’esercito invasore e si distinsero particolarmente per le brutalità. Quei “partigiani” sono citati dalle ex unità parà desantnik, che allora erano in servizio tra le truppe regolari sovietiche che entrarono a Baku, nei loro ricordi, che sono stati raccolti in un post di un blog dal nostro connazionale Vyacheslav Sapunov.

Dead bodies in the city morgue. Photo: Victoria IvlevaCadaveri all’obitorio cittadino. Foto: Victoria Ivleva. Fonte: FotoSoyuz

Ricordo quel grigio sabato mattina del 20 gennaio 1990. Uscimmo, come al solito, per una breve passeggiata con il mio fratello più piccolo. Proprio di fronte all’ingresso di casa c’era una larga macchia rossa per terra, maldestramente coperta da sabbia. Girando a destra all’angolo della via principale Husu Hajiyev, notai un piccolo pezzo di metallo color rame. Era un proiettile. Ne trovammo un altro sul nostro percorso verso la Piazza delle Fontane, giù alla sinistra dall’angolo del centrale grande magazzino Univermag. Poi svoltammo a destra verso il Cinema-Teatro Araz, quando all’improvviso un’anziana signora apparve ad una delle porte. “Chi vi ha lasciato uscire? Tornate subito a casa! Non sapete che hanno ucciso delle persone?” esclamò. Correndo lungo lo stesso percorso verso casa, quando raggiungemmo l’Univermag, il silenzio fu rotto dal sopraggiungere di uno strepito di pale. Un elicottero militare verdastro-cachi volteggiava sulle nostre teste, lanciando volantini. Ne presi uno: diceva che lo stato di emergenza era stato dichiarato a mezzanotte, ed elencava poi una lunga lista di azioni vietate, come uscire per strada e  riunirsi in gruppi di più di tre persone.

Burial of the victims of the 20 January in Baku.

Ma due giorni dopo, il 22 gennaio, centinaia di migliaia di persone scesero in strada per vedere gli shahids, i martiri verso il loro viaggio finale. Questa parola nuova, che allora si sentiva per la prima volta, entrò definitivamente nel vocabolario della gente nei successivi anni di terrore, guerra ed occupazione in Azerbaigian. Decine di nuove file di tombe comparvero poi accanto alla prima nel Shahidlar Khiyabany, cioè nel Viale dei Martiri.

Passando di fronte alla lunga linea di tombe scavate di recente, con migliaia di garofani rossi, in una triste processione affollata di concittadini, attraverso l’incubo di alti lamenti e pianti, stavo ancora sforzandomi di dimostrare che “gli uomini non piangono”, quando scoppiai in singhiozzi davanti ad una tomba senza nome, con solo una cravatta da pioniere rosso su una nera uniforme scolastica da ragazza ed una cartella al posto dell’iscrizione tombale. Era Larisa Mammadova, una ragazza della mia età della vicina scuola N°134.

The soldiers guarding the building of the Oblast Committee of the Communist Party. Baku, January 1990. Our school No.132 and school No.134 are visible in background. Photo: Victoria Ivleva. Source: FotoSoyuzI soldati di guardia all’edificio del Comitato Regionale del Partito Comunista. Baku, gennaio 1990. La nostra scuola N° 132 e la scuola N° 134 sono visibili sullo sfondo. Foto: Victoria Ivleva. Fonte: FotoSoyuz

The soldiers guarding the building of the Oblast Committee of the Communist Party. Baku, January 1990. Our school No.132 is visible in background. Photo: Victoria Ivleva. Source: FotoSoyuzI soldati di guardia all’edificio del Comitato Regionale del Partito Comunista. Baku, gennaio 1990. La nostra scuola N° 132 è visibile sullo sfondo. Foto: Victoria Ivleva. Fonte: FotoSoyuz

In quei giorni neri del gennaio del 1990, in un totale blackout informativo, si sentirono solo poche voci di solidarietà, soffocate dal coro della propaganda sovietica nell’informazione centrale moscovita. Un importante regista sovietico-russo, Stanislav Govoruchin (1936), arrivò a Baku con la sua troupe per filmare un documentario giornalistico, Так жить нельзя (Non Possiamo Vivere Così), che mostrava la fine dell’Impero Sovietico.



Tuttavia, in questo film del 1990 le immagini di quelli che furono uccisi dalle truppe sovietiche raccontano già la narrativa sulle vittime del pogrom armeno. Govoruchin fu influenzato dalla diaspora armena in Russia, che con tutta probabilità fornì queste foto, proprio come in un caso simile durante lo scorso anno l’agenzia di stampa della diaspora negli Stati Uniti aveva pubblicato la foto del cadavere di una cittadina ebrea di Baku, Vera Bessantina (1973-1990), uccisa il 19 gennaio, spacciandola per quella di una ragazza armena uccisa da azeri. Govoruchin arrivò a Baku con un atteggiamento negativo, “comprensivo rispetto all’invio di truppe, proprio come tutta la comunità mondiale”, ma cambiò completamente dopo aver visto i fatti con i propri occhi.

Sembra che una trasformazione simile sia capitata a Kasparov, nominato sopra, che precedentemente aveva attivamente promosso la “causa armena” e la “verità su Sumgayit” nel corso dei suoi viaggi internazionali. Dubito che qualcuno ricordi il suo appello pubblicato sul giornale Azadlyq del Fronte Popolare il giorno del primo anniversario del 20 gennaio, assieme ad altri telegrammi di sostegno.

Azadlyq newspaper, 24 January 1991, issue No.4 (34). Courtesy of Azerbaijan National LibraryIl giornale Azadlyq del 24 gennaio 1991, numero 4 (34). Grazie alla Biblioteca Nazionale dell’Azerbaigian

Io, Garri Kasparov, vostro ex connazionale, costretto a lasciare Baku nei terribili giorni del gennaio del 1990, presento le mie condoglianze alle famiglie di coloro che sono stati uccisi per effetto dell’uso vigliacco delle truppe dell’Esercito Sovietico contro la popolazione pacifica, nella notte tra il 19 e il 20 gennaio 1990.
Vi chiedo di accettare il mio modesto contributo finanziario, nella somma di 5.000 dollari, e di distribuirlo come necessario.
Oggi non è più un segreto per nessuno che la tragedia di Baku, che non ha ottenuto un’idonea copertura informativa né nel nostro paese né all’estero, è stata in realtà una prova dell’ultimo attacco del totalitarismo agonizzante.
In questo momento di cordoglio, commemorando gli assassinati, che sono diventati vittime del “Gennaio Nero”, non dovremmo permettere che la follia ci copra gli occhi per nascondere il vero colpevole della nostra disgrazia: la dittatura comunista.
Solo unendo i nostri sforzi e non cadendo nelle continue provocazioni saremo in grado di preservare il nostro onore e la nostra dignità e di salvare il nostro futuro.


7. Invece di un epilogo

Cercando delle illustrazioni per il post che state leggendo ora, mi sono imbattuto in questa foto. Fu scattata nel 1990 sul Viale dei Martiri, ma cosa credete che dica la didascalia aggiunta dall’agenzia fotografica?

Alley of Martyrs in Baku, 1990. Photo: Oleg LastochkinFoto: Oleg Lastochkin. Fonte: RIA Novosti

Sembra che la cospirazione sulle didascalie falsificate su RIA Novosti continui: il mio messaggio del 17 novembre 2010 è ancora privo di una replica sia da parte dell’agenzia di stampa russa sia da parte dell’Ambasciata di Azerbaigian in Russia, cui ne ho inviato copia:
Gentile Signore/Signora,

Per molti anni RIA-Novosti si è meritata una reputazione di agenzia di stampa seria e il suo archivio fotografico è una preziosa fonte di documentazione storica. Sfortunatamente, ancora una volta RIA-Novosti è diventata uno strumento di falsificazione. Alle seguenti foto dell’archivio fotografico online di RIA-Novosti su cui mi sono imbattuto sono state apposte delle didascalie chiaramente false:

http://visualrian.com/images/item/411872Commemorazione di armeni uccisi a Baku a seguito del conflitto interetnico del 19-22 gennaio 1990. Questa foto mostra una riunione nel Parco Centrale, dove sono sepolte le vittime armene del conflitto”.

Questa foto in realtà mostra la processione subito dopo la sepoltura delle vittime dell’invasione dell’esercito sovietico a Baku il 19-20 gennaio 1990 (si veda http://www.rian.ru/history/20050120/1938582.html), nell’attuale Viale dei Martiri.

http://visualrian.com/images/item/436565Cimitero nel Nagorny Karabakh / Un cimitero in cui sono sepolte le vittime del conflitto con l’Azerbaigian”.

Questa foto in realtà è una foto del Viale dei Martiri di Baku, in cui sono sepolte le vittime del 20 gennaio, così come quelle che trovarono la morte in guerra contro le forze separatiste armene. La foto fu scattata dal nostro connazionale, il ben noto professionista Oleg Litvin, ed è impossibile che questi abbia fornito questa foto con una didascalia falsa.

Considerando tutto ciò, spero vivamente che correggerete quanto prima le didascalie che contengono informazioni scorrette. Inoltre, vi sollecito a investigare sul caso e ad evitare possibili falsificazioni future.

Finendo questo post su questa nota così triste, mi sono improvvisamente ricordato di un entusiasmante progetto del 2002 che univa tradizioni musicali azere e sudamericane. Risultò che il gruppo di musica popolare latino-americana Altiplano, che partecipava a questa cooperazione, è cileno, ma è costituito da musicisti cileni e equadoregni. Dopo nove anni, l’11 marzo, sono ritornati a Baku con un concerto chiamato “Salam-Hola”, a cui abbiamo subito deciso di partecipare.



Guidata da Siyavush Karimi e da Mauricio Vicencio, questa sorprendente collaborazione ha prodotto una bellissima sintesi di musica del Caucaso e delle Ande, una miscela di suoni musicali del Mugham azero e di brillante energia delle melodie della Patagonia, il che ancora una volta mi ricorda che lo spirito comune dell’umanità ci unisce a dispetto di tutte le distanze e differenze.

Ringraziamenti

La maggior parte delle vecchie foto di Baku e del materiale storico sono stati attinti dalla società virtuale Parapet sulla storia di Baku e della sua cittadinanza nelle Pagine di Baku http://www.bakupages.com/city/parapet/ e dall’enciclopedia virtuale La Nostra Baku sulla storia della città http://www.ourbaku.com.

Vorrei ringraziare il sig. Ramil Alakbarov di Kinozal.az per aver fornito brevi dati biografici sul popolare attore sovietico-azero Sadyq Huseynov, in quanto su internet non era disponibile nemmeno la sua data di nascita.


Altri link interessanti

Il Giro a Piedi di Ali and Nino di Fuad Akhundov e Betty Blair, apparso nel numero dell’estate del 2004 della rivista Azerbaijan International: http://azer.com/aiweb/categories/magazine/ai122_folder/122_articles/122_walking_tour_map.html e ripubblicato in un recente numero del 2011, interamente dedicato a questo romanzo: http://azer.com/aiweb/categories/magazine/ai152_folder/152_pdf/152_pdf_english/ai_152_an_walking_tour.pdf

Altre foto aeree di Baku del 1917-18, nonché ulteriori informazioni sui loro autori e sulla famiglia Korvin-Kerber, si possono trovare sul Forum dei diplomati della Scuola di Aviazione Militare Superiore Yeysk http://forum.evvaul.com/index.php?topic=1087.0. Farid Zeynalov ha recentemente scritto su queste foto in un post del suo blog azero: Google Earth, 1917-1918, Bakı: http://blog.stomatoloq.az/baku/baku-1917-1918/.

La ciudad y los perros (1985), adattamento cinematografico peruviano del romanzo dello stesso titolo di Mario Vargas Llosa, diretto da Francisco J. Lombardi: http://www.youtube.com/watch?v=VpuS_uWjs7M

Quasi tutti i film e le animazioni del periodo sovietico, inclusi alcuni film azeri, posso essere scaricati dall’Archivio di ArjLover: http://film.arjlover.net/

El pueblo unido, jamás será vencido, canzone simbolo della resistenza cilena eseguita dagli autori, il gruppo di musica popolare Quilapayún, nel 1973 http://www.youtube.com/watch?v=fvlgM70tBGc e dopo tre decenni: http://www.youtube.com/watch?v=LWlkWPXfvXc

Yaramaz/Мерзавец (The Scoundrel), premiato film azero del 1988 diretto da  Vagif Mustafajev, è una commedia satirica sul periodo sovietico della perestrojka (doppiato in russo): http://www.youtube.com/watch?v=ozM1rPOqYgw

Эхо Сумгаита (Echo of Sumgayit), il primo di una serie di film documentari in russo, inchiesta giornalistica, diretto da Davud Imanov (1945-2002), che cerca di distruggere i miti creati dalla propaganda anti-azera: http://www.youtube.com/watch?v=sP8B3BBe-ew

Gli unici video più o meno esaurienti sui tragici eventi del 20 gennaio che sono riuscito a trovare su internet sono un breve documentario del 1990 http://www.youtube.com/watch?v=tv62hOBEbA4 e un video compilato da Mirafgan Sultanov: http://www.youtube.com/watch?v=1MIYagcnDPo. Si consiglia la visione ad un pubblico adulto o non impressionabile.

Foto di Victoria Ivleva, premiata giornalista e fotografa e inviata speciale del quotidiano russo Novaya Gazeta, che ha testimoniato e documentato i tragici eventi in Azerbaigian, accreditata presso l’agenzia FotoSoyuz http://www.fotosoyuz.ru/ru/catalog/&vqFrnepu=382452313?paging_curPage=1&искать=ИВЛЕВА Виктория&newSearchFlag=1 Si noti che poche delle sue foto del gennaio 1990 usate in questo post, così come le immagini dei civili azeri uccisi nel massacro di Khojaly del 1992 nel Garabagh, non compaiono più tra i risultati di ricerca.